mercoledì 5 novembre 2014

PROFONDO ROSSO


 “Qui da noi non c’è stato un referendum su Obama”, annunciava concitatamente poche ore fa la senatrice Mary Landrieu della Louisiana, parlando ai suoi sostenitori. Come dire: se però ci fosse stato, sarei stata spazzata via anch’io. Non è ancora stata rieletta: andrà al ballottaggio a dicembre. Ma è pur sempre una dei pochi Democratici “sopravvissuti” a quello che l’Huffington Post non ha esitato a definire “disastro” e “bagno di sangue”, ed anche il britannico Economist definisce “carneficina”.
I termini apocalittici si sprecano, ma non gratuitamente. Il partito di Obama stanotte ha riportato una sconfitta di quelle che entrano nei libri di storia. Io stesso in occasione delle elezioni di mezzo termine di quattro anni fa parlai di“Tsunami repubblicano”, e stanotte guardando affastellarsi i dati dello spoglio mi chiedevo che termini avrei potuto usare per mantenere la proporzione. Ecatombe? Armageddon? Molti ricorrono al colore: parlando di “onda rossa”, e in effetti il rosso repubblicano (tinta che pure nella mappa delle midterm del 2010 non scarseggiava di certo) ormai è praticamente ovunque.
Per tutta l’estate e per buona parte dell'autunno gli addetti ai lavori, anche i più capaci, si sono chiesti se i repubblicani sarebbero riusciti a conquistare i sei fatidici seggi necessari per aggiudicarsi (per la prima volta dal 2006) la maggioranza anche al Senato, mantenendo quella alla Camera già espugnata nel 2010. Negli ultimi giorni, però, sondaggi alla mano questo esito è parso sempre più scontato: il tema del pronostico era divenuto più che altro la sua misura e la sua dinamica (il New Yorker, ad esempio, già ieri ad urne aperte da poco aveva pubblicato un’analisi della vittoriarepubblicana ormai certa).

Alla fine, il bilancio provvisorio (la conta dei voti non è ancora del tutto completata) è già da record: al Senato i Rep hanno conquistato almeno un seggio più del necessario (North Carolina, Colorado, Iowa, West Virginia, Arkansas, South Dakota e persino un seggio in Montana che i Dem detenevano da oltre un secono), e anche alla Camera – dove giàconservare i “territori conquistati” nel 2010 sarebbe stato molto - la loro maggioranza non ha solo retto: si è significativamente ampliata. Quando Obama si insediò nel 2009 i Dem avevano al Congresso 59 Senatori e 256 Deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile una cover story di TIME in questo senso); ora, cinque anni dopo, i Dem si avviano ad avere 44 senatori e qualcosa come 180-190 deputati. I repubblicani si ritrovano con la più ampia maggioranza al Congresso dal dopoguerra, il che significa che la Casa Bianca non potrà più fare quasi nulla senza il loro consenso.

Se dalle elezioni parlamentari si passa a quelle deigovernatori (che contano moltissimo, non dimentichiamolo: gli USA si governano anche da lì), il conto che gli elettori americani hanno presentato al partito del presidente è ancora più salato. I repubblicani hanno vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere: tutti gli Stati in bilico e anche qualche Stato che tanto in bilico non era considerato. In Texas la Democratica Wendy Davis, della quale vi avevano raccontato che aveva qualche possibilità di “far diventare viola” lo Stato (cioè di spostarlo dal rosso repubblicano al blu democratico – ma voi che mi leggete sapevate che era fuffa) non si è nemmeno avvicinata non dico alla vittoria, ma nemmeno ad una sconfitta in qualche modo onorevole: ha perso con distacco di circa venti punti percentuali, e – da femminista fieramente prochoice – non ha prevalso nemmeno tra l’elettorato femminile, mentre tra gli elettori latinoamericani (quelli che secondo la vulgata dovrebbero essere alla base del fantomatico “spostamento a sinistra” del Lone Star State) ha riportato uno dei risultati  più deludenti degli ultimi 20 anni. In Florida, dove i Dem hanno candidato quel Charlie Christ che ai tempi di Bush aveva governato lo Stato come repubblicano (e che aveva cambiato casacca dopo essere stato stracciato da Marco Rubio nelle primarie per il Senato), il governatore repubblicano Rick Scott – pur non essendo particolarmente popolare – è riuscito a strappare la rielezione, anche grazie al poderoso sostegno del governatore del New Jersey Chris Christie il quale ora aggiungerà certamente questa vittoria al suo dossier di aspirante candidato alla Casa Bianca. In Wisconsin il conservatore anti-sindacati Scott Walker, altro aspirante candidato alla presidenza, che molti davano per politicamente morto (suicida) già nel suo primo anno di governo, è stato trionfalmente rieletto con quello stesso confortevole vantaggio di 7 punti  con il quale aveva a suo tempo superato la prova del recall. E in queste ore si mostra già ben deciso a voler cavalcare questo successo per farsi candidare alla Casa Bianca sulla base della comprovata “eleggibilità” di un conservatore duro e puro come lui anche in un territorio tradizionalmente non troppo inclinato verso destra. Persino a casa di Obama, nell’Illinois solitamente dominato dalla famigerata machine della Chicago Democratica, i repubblicani sono tornati al governo dopo più di dieci anni.

E ora? Ora, al di là delle ovvie considerazioni sull'effetto "referendum", su Obama “anatra zoppa” che non potrà più sottrarsi ai compromessi con i repubblicani che sino ad ora non aveva saputo o voluto costruire, gli occhi di tutti sono su Hillary Clinton.

Frettolosamente adottata dai media come prima “donna alla Casa Bianca” in pectore (nonostante nel 2008 non le avesse portato bene), Hillary ora si trova per le mani un partito allo sfascio, vincente solo in California, nello stato di New York e in poche altre sparute roccaforti. Ma questo è il meno: in fondo, ci sarebbe di buono che ora i Dem possono solo far meglio. Il guaio peggiore sta nel fatto che Hillary e Bill in questa campagna elettorale si erano molto spesi: sono andati a portare la loro benedizione (e gli aiuti della mitica Clinton Machine) in Floria, nel “loro” Arkansas, in Kentucky… quasi ovunque il loro apporto si è dimostrato insufficiente. Certo, da qui a due anni può ancora succedere più o meno qualsiasi cosa (in fondo anche le midterm del 2010 erano andate malissimo per Obama, che però due anni dopo fu ugualmente rieletto - a onor del vero, però, le circostanze rendono queste midterm molto più simili a quelle del 2006, a parti invertite). Ma ad oggi lo scenario arride ai repubblicani. Aspettatevi, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, svariati “coming out” da parte di quegli esponenti del G.O.P. che nel 2012 si tennero in disparte, e stavolta invece non vedono l’ora di cimentarsi. Intanto, il più esuberante nel “trollare” su Twitter la povera Hillary è senza dubbio il senatore del Kentucky Rand Paul, ansioso di accreditarsi come uomo di riferimento dell’ala tea partier del partito:


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